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CILE CENTRALE

Spiagge, vulcani, pinguini in vacanza, terme sorprendenti e la suggestiva Valparaiso
Itinerari di viaggio, escursionismo, kayak e vela in Italia e nel mondo

CILE CENTRALE: FOTO E DIARIO DI VIAGGIO

Il Cile Centrale non dev'essere trascurato: molti viaggiatori si concentrano su vacanze nell'altopiano di Atacama e in Patagonia, ma anche in questa parte del Cile ci sono località davvero uniche. Se non le avete ancora lette, date un'occhiate alle informazioni di viaggio e alla mappa dell'itinerario completo in Cile e Argentina qui: www.wildtrips.net/cile-argentina.htm. Qua sotto trovate una lunga serie di foto intervallata all'appassionante diario di viaggio.

Sulle strade del Cile
Sulle strade del Cile

DIARIO DI VIAGGIO NEL CILE CENTRALE... E LE FOTO

Strada libera, paesaggi sconfinati, cielo azzurro.
Questo è il minimo che ci si può aspettare da un viaggio in Cile (e ci andava benissimo!) ma nel corso del nostro itinerario trovammo molto di più: fauna tipica, sentieri spettacolari, persone cordialissime, frutti di mare freschi e panorami tanto insoliti che parevano usciti da un film di fantascienza diretto da un regista strafatto di allucinogeni. Soprattutto, vivemmo on the road per venticinque giorni.
Partimmo il 14 dicembre dall’Italia, anticipando non di poco le vacanze di Natale. Per questa data, infatti, avevamo trovato un volo A/R Milano-Santiago (via Miami) a “soli” 850 euro a testa. Atterrammo nella capitale cilena il 15 mattina alle 7 – se i voli lunghi vi spazientiscono cambiate idea sul vostro viaggio in Cile, o, come minimo, accettate di spendere di più e cercate un volo diretto dall’Europa. Ritirammo l’auto a noleggio, prenotata dall’Italia con la cortese compagnia locale Chilean Rent a Car attraverso il motore di ricerca Auto Europe, che pagammo 800 euro per 17 giorni). Lo dico per informare eventuali viaggiatori sui prezzi del Cile, non per avarizia, eh!
Camioneta in Cile
Camioneta in Cile
Si trattava di un pick-up Nissan Terrano a quattro porte: una “camioneta”, come è chiamata in Cile, ideale per gli itinerari di viaggio sugli sterrati andini. Energizzati dal caratteristico mezzo e dal fatto d’essere in Sud America, partimmo a spron battuto verso il più vicino centro commerciale. Un posto assai triste dove passare una vacanza, penserete voi: in realtà, volevamo soltanto acquistare una tenda da 20 euro e poche altre attrezzature da campeggio. Trovammo tutto all’ipermercato Lider, fornitissimo.
Ripartimmo direzione nord. La Panamericana era qui un’autostrada veloce e gradevole: in alcuni punti toccava il mare, in altri era circondata da campi coltivati e da colline spoglie su cui crescevano soltanto cactus. Procedendo verso settentrione la vegetazione diveniva sempre più rada.
Spiaggia a nord di Vina del Mar, Cile Centrale
Piante grasse sulla sabbia della costa cilena
Lasciammo l’autostrada per una pausa su un bel tratto di costa caratterizzato da un arco di sabbia lungo chilometri e da ondulate dune sabbiose. Ero già affascinato: Oceano Pacifico e natura selvaggia, a due passi dalla civiltà.
Spiaggia a nord di Vina del Mar, Cile Centrale
Spiaggia sabbiosa a nord di Vina del Mar, Cile Centrale
Ci rimettemmo in marcia e arrivammo a Coquimbo e La Serena, popolose e trafficate città, con pochi turisti stranieri. Noi svoltammo verso l’interno, direzione Valle dell’Elqui, prima destinazione del nostro itinerario di viaggio in Cile. Rimanemmo presto affascinati dalle distese di vigneti sul fondovalle; attorno, montagne rossastre su cui crescevano soltanto cactus. Ci fermammo nel caratteristico paese di Vicuna quando era ormai tardo pomeriggio.
Vicuna, Valle Elqui, Cile
Vicuna, Valle Elqui
Dopo un’oretta spesa a girovagare per le vie del centro, continuammo fino a Pisco Elqui. Trovammo posto in un alberghetto, ci sistemammo e alle 9:15 uscimmo per cenare.
Pisco Elqui, Cile
Pisco Elqui

Purtroppo ci fu data la tragica notizia che tutti i ristoranti erano già chiusi. Versammo fiumi di lacrime, così, per reintegrare i liquidi, c’infilammo in un bel bar per assaggiare del vino rosso locale e il famoso Pisco Sour, cocktail prodotto con il Pisco, il superalcolico locale, e ci sentimmo felicemente in vacanza. Accompagnammo i bicchieri con una “tabla”, cioè un ricco piatto di assaggi, con tanto di carne grigliata. Spendemmo circa 35000 pesos cileni (più o meno 45 euro) per la camera doppia e 6000 a testa per mangiare e alcolizzarci.
Il mattino seguente riprendemmo l’esplorazione della bella valle dell’Elqui.
Valle Elqui, Cile
Valle Elqui
Verso l’ora di pranzo ci mettemmo in macchina, direzione nord. Non avevamo un programma ben definito, ma sicuramente volevamo arrivare in fretta a San Pedro de Atacama, che distava ancora 1200 chilometri. Guidammo a lungo, quel giorno, su strade circondate da un deserto sempre più desertico. Fummo anche rallentati dai più estesi lavori in corso della storia: centinaia di chilometri di carreggiata in costruzione o in rifacimento. Fatto sta che verso le 17 eravamo a un’ora da Copiapo quando decidemmo di fermarci presso un’area di servizio nel nulla. Potete immaginare la nostra sorpresa quando la macchina non volle assolutamente ripartire. Consultammo degli addetti stradali del posto, che furono straordinariamente cordiali e amichevoli, ma la camioneta, testarda come un mulo, non era intenzionata a mettersi in moto. E niente, il nostro itinerario di viaggio in Cile era destinato a interrompersi al secondo giorno in una stazione di servizio in mezzo al nulla.
Dopo un’ora sotto il sole, nel deserto, con pessime prospettive, si scoprì che la colpa di tutto era mia. Durante il viaggio avevo infatti staccato dalle chiavi della macchina il fastidioso portachiavi: peccato che tale portachiavi contenesse un dispositivo antifurto fondamentale per far partire l’auto. Ops. Riattaccammo il prezioso arnese. Soddisfatti dell'avventura e felici di avere conosciuto due simpatici cileni, ma un po’ in ritardo, ci rimettemmo in marcia, la camioneta scatenata lungo la Panamericana.

Raggiungemmo la costa alle 8 di sera e decidemmo che ci saremmo fermati in una delle località balneari a nord di Caldera. Fu un piccolo errore di valutazione, perché tali località indicate sulle cartina (tra cui spiccava una "Portofino") erano in realtà niente più che dei disordinati accrocchi di baracche abbandonate. I pochi campeggi e alloggi erano chiusi. In più, c’erano altri lunghissimi lavori in corso. Ci fermammo così in una bettola per camionisti, dove mangiammo pesce per 5 euro (ci presentarono un quintale di frutti di mare stracotti e poco saporiti) e dove dormimmo per 12 euro a testa. La pulizia lasciava a desiderare.
Il giorno dopo, la costa era avvolta dalla foschia. Così, abbandonammo l’idea di visitare il Parque Pan de Azucar e decidemmo di fare l’ultima tirata in auto verso San Pedro de Atacama.
Parque Pan de Azucar, Cile
Strada cilena nei pressi del Parque Pan de Azucar
La Panamericana, dritta e vuota, attraversava un piatto e noioso deserto intervallato a spoglie colline arancioni e rosse. In uno dei tratti paesaggisticamente più belli facemmo una pausa lungo una strada sterrata che conduceva a una miniera mezza abbandonata, davanti a cui mangiammo del mango. Momenti poco significativi, forse, ma che fanno il viaggio e restano nei ricordi. Per pranzo ci fermammo a Baquedano, piccola località apparentemente anonima e sicuramente sconosciuta alle guide turistiche, ma in realtà assai caratteristica, non solo perché mangiammo bene per pochissimi pesos in una tipica taverna, ma anche perché aveva il sapore di villaggio di frontiera. C’era infatti una stazione quasi completamente abbandonata. Attraversammo i binari ormai insabbiati ed esplorammo i treni e i capannoni che stavano cadendo a pezzi.
Stazione di Baquedano, Cile
Stazione di Baquedano, nel mezzo del nulla e del Cile
Da qui arrivammo a San Pedro de Atacama, dove trascorremmo una settimana strepitosa, visitando luoghi incredibili e indimenticabili, descritti qui:
diario di viaggio nel deserto di Atacama.

Terminata la settimana descritta a tale link, quasi una vacanza a sé che vi consiglio di leggere perché emozionantissima, il nostro improvvisatissimo itinerario di viaggio ci portò ad Antofagasta, grande città portuale dove camminammo per un paio d’ore tra le vie del centro e il mercato del pesce sull'Oceano Pacifico. Quest’ultimo, in particolare, era davvero caratteristico e vi si trovavano deliziose empanadas al granchio o ai frutti di mare. Dopo tanta natura incontaminata, eravamo soddisfatti di quella destinazione (le città cilene mancavano di monumenti notevoli, soprattutto agli occhi di un italiano, ma ci piacevano per atmosfera e vivacità).
Centro di Antofagasta, Cile
Centro di Antofagasta
Mercato del pesce di Antofagasta, Cile
Mercato del pesce di Antofagasta
Ricominciammo a macinare chilometri, lungo la costa, fino ad arrivare a Taltal, località di villeggiatura sul mare poco frequentata dai turisti stranieri. Il posto era carino. La vigilia di Natale tutti i ristoranti erano chiusi, così cenammo in una taverna insieme ai lavoratori di una vicina miniera. Fu l’unico locale in cui i proprietari furono scortesi e l’atmosfera un tantino cupa: avrebbero tutti preferito essere in famiglia a festeggiare, credo, e noi che eravamo in vacanza non gli eravamo simpatici.
Continuando il nostro itinerario di viaggio verso sud lungo l’Oceano Pacifico (evitando la Panamericana percorsa all’andata), arrivammo il giorno dopo al Parque Pan de Azucar. Essendo Natale, era tutto chiuso. Il centro informazioni di Caleta de Azucar non informava ma, almeno, non pretendeva il pagamento di un biglietto d’ingresso. Poi, all’improvviso, un baretto aprì e pranzammo vista mare con delle saporite empanadas. Peccato ci fosse foschia, che sembrava immancabile su quel tratto di costa.
Empanadas nel Parque Pan de Azucar, Cile
Empanadas nel Parque Pan de Azucar
Una volta divorate le empanadas camminammo lungo la spiaggia, tra imponenti roccioni grigi, per poi organizzare una gita in barca alla ricerca dei pinguini di Humboldt che alloggiavano sugli scogli circostanti. Si trattava di radunare un numero sufficiente di turisti e contattare un pescatore del posto. La spesa era di 6000 pesos a testa una volta raggiunto il numero giusto di persone, e, per fortuna, dei 20 visitatori che c’erano in tutto il parco, 12 volevano andare dai pinguini. La gita fu simpatica perché c’era qualche pinguino oltre a tantissimi pellicani e numerosi leoni marini. Pareva strano vedere dei pinguini a quella latitudine (eravamo quasi ai tropici), ma questi erano pinguini con gusti particolari, un po’ hippy.
Pellicani nel Parque Pan de Azucar, Cile
Pellicani nel Parque Pan de Azucar
Erano quasi le cinque quando comparve il sole. Il paesaggio s'illuminò.
Parque Pan de Azucar, Cile
Spiaggia e barche nel Parque Pan de Azucar, presso Caleta Azucar
Parque Pan de Azucar, Cile
Parque Pan de Azucar
Decidemmo così di cogliere l’occasione per visitare il Mirador, il punto panoramico più spettacolare del Pan de Azucar. Da Caleta de Azucar guidammo per pochi chilometri, prima sulla strada principale e poi su uno sterrato. Dopo avere fatto amicizia con una volpe, camminammo tra colline ocra cosparse di migliaia di cactus. Arrivammo al Mirador, una terrazza a picco sul mare che offriva un panorama mozzafiato.
Mirador del Parque Pan de Azucar, Cile
Mirador del Parque Pan de Azucar, Cile
Mirador del Parque Pan de Azucar, Cile
Mirador del Parque Pan de Azucar, Cile
Tornati a Caleta de Azucar, decidemmo di campeggiare sulla spiaggia. Montammo la tenda, accendemmo il fornelletto e passammo una bellissima serata col suono delle onde in sottofondo.
Campeggio nel Parque Pan de Azucar, Cile
Campeggio nel Parque Pan de Azucar
Purtroppo, il mattino dopo ci svegliammo nuovamente nella foschia, che ci convinse ad abbandonare il mare e a guidare verso l’interno del Cile. Facemmo molta strada, quel giorno, ma attraversammo paesini caratteristici e, soprattutto, paesaggi straordinari.
Parque Pan de Azucar, Cile
Spostandosi verso l'interno dal Parque Pan de Azucar
Eravamo nuovamente diretti verso le Ande, in particolare al Parco Nevado de Tres Cruces. Superando canyon imponenti e scoscesi sterrati, giungemmo a un punto di controllo dei Carabineros (eravamo quasi al confine con l’Argentina). Per fortuna ci diedero qualche informazione, perché, al contrario della zona di San Pedro de Atacama, dove nei parchi principali s’incontrava sempre qualcuno, per lo meno il bigliettaio, qui si faticava a vedere anima viva, camelidi esclusi. Eravamo in luoghi immensi e isolati, dove passavano pochi turisti e il viaggio era quasi una spedizione.
Con la camioneta c’inerpicammo fino a oltre quota 4000, alla Laguna Verde. Si tratta di uno splendido lago di montagna battuto dal vento. Non rimanemmo a bocca aperta solo perché l'aria fresca ci avrebbe provocato un immediato mal di gola. La Laguna Verde somigliava in parte alle lagune tra le montagne attorno a San Pedro, ma una sua particolarità erano le sorgenti d’acqua calda in cui ci si poteva bagnare. L’unica vasca termale davvero spaziosa era però all’interno di uno spartano rifugio sulle rive del lago, dove veniva convogliato uno di questi ruscelli d’acqua sulfurea.
Laguna Verde, Nevado de Tres Cruces, Cile
Laguna Verde, Nevado de Tres Cruces
Sorprendentemente, nel rifugio c’era qualcuno e, guardacaso, era italiano. Si trattava di una gita organizzata partita dal Bel Paese per scalare il monte più alto del Cile nonché il vulcano più alto al mondo, l’Ojos del Salado. Quel rifugio era un buon punto di partenza per ambientarsi e aspettare migliori condizioni meteo: il vento portava via, e gli italiani, stranamente, non amavano essere buttati a terra da raffiche a 200 km/h. Sembravano piuttosto pessimisti.
Avevamo già incontrato all'aeroporto di Santiago due viaggiatori canadesi con lo stesso obiettivo alpinistico. Insomma, l'Ojos del Salado era sicuramente una bella tentazione, ma bisognava essere pronti ad affrontare condizioni meteo avverse.
Visitata la zona, riprendemmo l’auto e tornammo indietro, verso la Laguna Santa Rosa. Troppa auto, quel giorno, ma ne valse la pena, perché tale spettacolare specchio d’acqua rifletteva le montagne ed era popolato di fenicotteri rosa.
Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces, Cile
Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces, Cile
Inoltre, qui c’era uno spartano rifugio in legno panoramicamente posizionato sulle rive del Salar, completamente vuoto. Siccome era tardo pomeriggio, eleggemmo subito quel riparo a nostro “albergo” per la notte. L’albergo gratuito con la migliore vista del mondo, direi. Sul fornelletto da campeggio cucinammo spezzatino e purè, acquistati in mattinata. Poi creammo un comodo letto coi nostri sacchi a pelo invernali, utilissimi visto che la notte la temperatura scese sotto zero. All’alba, ci affacciammo alla porta del rifugio. Era emozionante vedere il lago e i fenicotteri e tutto quell’immenso panorama di montagne esclusivamente per noi, mentre ci abbracciavamo per non crepare dal freddo.
Fenicotteri sulla Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces, Cile
Fenicotteri sulla Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces
“Potremmo trasferirci qui.” Quella proposta non aveva alcun senso, ma per un attimo ci sembrò una cosa bellissima.
C’incamminammo lungo la laguna, ammirando i riflessi delle montagne, fotografando fenicotteri in volo e giocando su una piatta, vasta e bianchissima distesa di sale.
Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces, Cile
Laguna Santa Rosa, Nevado de Tres Cruces
Riprendemmo il nostro itinerario di viaggio in direzione Copiapo, su una strada diversa da quella dell’andata, ma altrettanto suggestiva. Rimanemmo impressionati, in particolare, da autentiche montagne sabbiose, specie di enormi dune grigie con riflessi verdi e gialli, da cui era un piacere rotolare giù.
Parque Nevado de Tres Cruces, Cile
Gigantesche dune sabbiose nel Parque Nevado de Tres Cruces
A Copiapo pranzammo con frutti di mare crudi, che ordinammo distrattamente, per sbaglio (“frio” significa freddo, non fritto!): si rivelarono deliziosi, ma soprattutto non morimmo avvelenati. Giungemmo nel pomeriggio a Bahia Inglesa. Tale località di mare è descritta molto positivamente sulla Lonely Planet, ma in realtà ci convinse poco. La spiaggia è carina, in stile, guarda un po’, inglese, ma il vento quella sera e la foschia il giorno successivo c’impedirono di godercela. Ci sono numerosi locali sulla breve passeggiata a mare, così cogliemmo l’occasione per bere birra e mangiare una panoramica frittura di pesce.
Il posto non è male, per carità, molto più turistico ma assai meno pittoresco di Pan de Azucar, senza offrire poi molto (a parte una qualche vita notturna). Si possono affittare canoe, ma sarebbe molto più utile se noleggiassero windsurf o barche a vela. La cosa positiva fu che per dormire trovammo una tranquilla “cabana” con tanto di piscina per appena 30000 pesos (l’alta stagione sarebbe iniziata a gennaio): avemmo così modo di lavarci e rilassarci dopo la notte in tenda e quella nel rifugio.
Lasciammo Bahia Inglesa e seguimmo la strada lungo la costa, verso sud. Facemmo poche soste, dato che la foschia non ci abbandonò e non trovammo nulla di particolarmente interessante lungo la strada, a parte qualche paesino fuori dai circuiti turistici. Alla fine dormimmo in un B&B a sud di La Serena.
La cosa positiva fu che la mattina successiva eravamo già a visitare i paesi lungo la costa cilena subito a nord di Vina del Mar. Ci piacque molto Papudo e fummo contenti che quando arrivammo a Vina finalmente la foschia si levò. I grattacieli sulla spiaggia avevano un loro fascino, ma fummo attratti maggiormente da uno straordinario spettacolo sul mare.
Vina del Mar, Cile
Foche in attesa di buttarsi nell'oceano, nei pressi di Vina del Mar
Mentre mangiavamo empanadas, davanti a noi volavano migliaia di gabbiani e pellicani che a turno si tuffavano in acqua in picchiata. Sotto nuotavano centinaia di foche. Era la più grande mangianza di sempre, e se c’erano ancora dei pesci vivi lì… beh, non erano destinati a restarlo a lungo.
Vina del Mar, Cile
Vina del Mar
Arrivammo nel primo pomeriggio a Valparaiso, probabilmente la città più interessante del nostro itinerario di viaggio in Cile. Ci buttammo in centro, sulle colline, tra stradine strette, casette colorate e bellissime viste. Qui la camioneta era un ingombro, ma, fortunosamente, trovammo una conveniente doppia in un ostello e un comodo parcheggio lungo la strada. Eravamo sul Cerro Concepcion, il più pittoresco e turistico.
Valparaiso, Cile
Il Cerro Concepcion di Valparaiso
Bisogna dire che la fama era meritata, perché era davvero particolare, un’opera d’arte (come confermato dall’Unesco, e se lo dice lei…). Camminammo per il Cerro Concepcion, il Cerro Alegre e il Cerro Carcel e ci fermammo spesso ad ammirare edifici, murales e panorami sulle case ammucchiate che digradavano dalle colline verso il mare.
Valparaiso, Cile
Valparaiso
Valparaiso, Cile
Valparaiso è famosa anche per i murales
Per la cena, c’era l’imbarazzo della scelta tra i numerosi ristoranti, così optammo per il menu del giorno che più ci ispirava.
Il giorno dopo concludemmo la nostra visita dell’estesissima Valparaiso, quindi, spinti dalla foschia troppo spesso presente sulla costa Pacifica, tornammo verso l’interno.
Era il 30 dicembre, mancava poco alla fine delle nostre peregrinazioni nel Cile centrale. Leggendo qua e là decidemmo di visitare Pomaire, un paesino caratteristico nella campagna attorno a Santiago, dove c’erano prodotti artigianali di terracotta a buon prezzo (io comprai un bel maialino salvadanaio, grosso come una palla, a 1500 pesos, uno dei più costosi dei 6 o 7 souvenir comprati nella mia vita) e ottimi ristoranti. Pranzammo con quintali di carne e ci portammo via gli avanzi. Sarebbero tornati utili.
Da Pomaire il nostro improvvisato itinerario di viaggio ci portò nel Cajon del Maipo, una suggestiva valle percorsa da un torrente impetuoso su cui si può anche praticare il rafting. Una caratteristica di questa valle, così come di altre località vicine e a sud di Santiago, è che sono più accessibili per i turisti cileni e quindi più dotate di servizi rispetto a tante località del desertico nord. La cosa per noi sorprendente, dopo quindici giorni in cui avevamo visto praticamente solo cactus, era l'abbondanza della vegetazione.
Cajon del Maipo, Cile
Cajon del Maipo, un'ora d'auto a Sud di Santiago del Cile
Ci fermamo a visitare il paese di San Josè e, brevemente, altri villaggi. A San Josè del Maipo c’era l’ufficio informazioni dove ci furono consigliate alcune mete. In particolare, fummo attirati da camminate e terme naturali. Percorremmo in auto tutta la valle: salendo, il clima era sempre più di montagna e attorno a noi c’erano cime innevate. Le prime terme che incontrammo presentavano un’acqua rossastra. Stavamo per campeggiare nei pressi di queste, ma alla fine decidemmo di continuare fino in cima, alle terme Valle de Colina. Fu un’ottima idea. Il paesaggio tra le montagne era spettacolare e le terme assolutamente notevoli, una sequenza di laghetti d’acqua celeste che digradavano lungo il fianco di una collina.
Termas de Colina, Cajon del Maipo, Cile
Termas de Colina, Cajon del Maipo
Quelle pozze ricordavano lontanamente quelle di Pamukkale. Eravamo stupiti di come sulla Lonely Planet tale attrazione fosse appena menzionata: in realtà, meritava molto più di tutte le altre terme descritte gioiosamente dalla guida, almeno per la parte di Cile da noi visitata (quelle di Puritama erano belle, ma non come queste, e più costose e fredde; alla Laguna Verde c’era giusto una pozza; e a Socos, a sud de La Serena, soltanto delle vasche da bagno in un hotel).
Nella zona delle terme era permesso campeggiare. Dopo un primo tuffo in quelle acque calde naturali ricche di minerali (le temperature andavano dai 60 gradi del punto più in alto e bollente ai 24 delle pozze più in basso) montammo la tenda sul fianco della collina, poco distante dal laghetto inferiore. Il cielo plumbeo però prometteva poco di buono e, in effetti, facemmo giusto in tempo a cucinare sul fornelletto a gas la carne avanzata dal pranzo che si mise a piovigginare. Visto il forte vento, decidemmo infine di dormire nella camioneta, che si rivelò comodissima. Prima di addormentarci, però, non ci facemmo mancare un bagnetto in notturna in una delle pozze più calde.
Il mattino seguente splendeva il sole e il panorama era ancora più spettacolare. Ci godemmo un altro bagno termale. Mentre ci stavamo facendo bollire in quei meravigliosi pentoloni naturali, arrivò un signore del posto che s’immerse nella “nostra” pozza.
Termas de Colina, Cajon del Maipo, Cile
Termas de Colina, Cajon del Maipo
Avevamo qualche difficoltà a comprendere il suo spagnolo (non che di solito capiamo molto in generale), ma intendemmo che lavorava a Santiago nella stagione invernale e vicino alle terme nella buona stagione. Noi stentavamo a credergli perché nei dintorni di quelle terme naturali non c'era nulla, se non un ostello/rifugio, poi ci ricordammo di una baracca in lamiera lungo la mulattiera che avevamo percorso con la camioneta. Ci consigliò le empanadas di sua moglie.
Così, quando lasciammo quel posto meraviglioso, a metà mattina, ci fermammo presso il baracchino dell'anziana coppia. Lui infornava, lei stava in cucina e dava ordini al marito, che eseguiva pacificamente e solo ogni tanto rispondeva piccato. Ci prepararono due empanadas al queso (formaggio) davvero deliziose, le migliori del nostro viaggio cileno. Pesavano 7 quintali l'una e ci lasciarono pieni nello stomaco e nel cuore.
Scendemmo a valle cercando una nuova attrazione per il pomeriggio. C’era un trekking fino a un ghiacciaio, ma rinunciammo perché la gola dove avremmo dovuto infilarci si stava riempiendo di nuvoloni neri: il panorama ne avrebbe sicuramente risentito, e anche la nostra salute, se fosse piovuto. Optammo così per una gita di due ore a cavallo, partendo dalla località di San Alfonso, nel parco naturale Cascada de las Animas.
A cavallo nel Cajon del Maipo, Cile
Il parco naturale Cascada de las Animas, nel Cajon del Maipo
Cloppete cloppete, al passo, seguendo la guida, percorremmo un ripido sentiero che ci portò a godere di bei panorami sulla valle e sulla particolare vegetazione. Ero stato a cavallo solo una volta in vita mia, in Indonesia: lì fu davvero divertente oltre che molto tipico e naturalistico.
A cavallo nel Cajon del Maipo, Cile
A cavallo nel Cajon del Maipo
Verso le cinque del pomeriggio riprendemmo l’auto. L’idea era trovare un hotel-ristorante dove fare il cenone (era il 31 dicembre) e andare a dormire presto, perché il mattino dopo alle 6:30 dovevamo essere in aeroporto per volare a Punta Arenas, in Patagonia.
Dopo 17 giorni perfetti, però, le cose non andarono per il verso giusto. Era tutto chiuso o non adatto alle nostre esigenze. Continuammo per chilometri, spostandoci verso l’aeroporto e dicendoci: prima o poi incontreremo qualcosa! Ma niente, alla fine non trovammo nulla. In più, appena c’immettemmo nella tangenziale di Santiago, rimanemmo bloccati in una coda infinita: non ce l’aspettavamo perché era quasi ora di cena, ma evidentemente le abitudini cilene erano ben diverse dalle nostre. Credo che moltissimi stessero andando a Valparaiso per vedere i botti di fine anno, ma non so se avrebbero fatto in tempo! Così, alle 9 di sera ci ritrovammo all'aeroporto di Santiago nella speranza ci fosse un hotel-ristorante nei dintorni.
Purtroppo, l’Hilton e un altro hotel di lusso ci chiesero oltre 130 euro per una doppia. La cosa incredibile, però, fu che nel secondo hotel il concierge, vedendoci poco convinti, ci consigliò un motel poco lontano. Ci facemmo descrivere la strada, ringraziammo per tanta gentilezza, e dieci minuti dopo eravamo lì. Si trattava di un motel a ore, molto rispettoso della privacy. Il prezzo per un bel bungalow con la colazione era di 32000 pesos. Ci portarono da bere e ci lasciarono soli. Così, avemmo modo di lavarci e soprattutto di sistemare le valigie in vista del volo dell’indomani. (Non avevamo abbastanza spazio per tutto e alla fine rinunciammo alla tenda da 20 euro e ai materassini da campeggio).
Fu una sera del 31 dicembre anacronistica, quella spesa sul letto di una stanza di motel affittata per 12 ore. Tra l’altro, dodici ore sarebbero state troppe pure per Rocco Siffredi, quindi guardammo qualcosa alla TV: Spiderman in spagnolo e poi il conto alla rovescia per l’anno nuovo trasmesso da una piazza di Santiago. Nel complesso, fu un bell’ultimo dell’anno; inoltre, imparammo che i “varietà” cileni fanno schifo quanto quelli italiani.
Il mattino dopo alle 6 eravamo svegli. Una veloce colazione, montammo sull’auto e partimmo. La signora che gestiva il motel c’inseguiva, correndo in modo goffo, con in braccio la nostra tenda e i materassini. Frenammo e le dicemmo che erano un regalo per lei, e lei fu felice.
Riconsegnammo la camioneta a Chilean Rent a Car, all’aeroporto di Santiago, con un brivido di nostalgia dopo i 6000 chilometri percorsi assieme, quindi volammo a Punta Arenas, in Patagonia.
Per continuare l'itinerario in ordine cronologico, cliccate qui per il diario del viaggio in Patagonia.
Per tornare all'itinerario nel Cile centrale, invece, il 7 gennaio, all’alba, lasciammo la Patagonia e volammo da Punta Arenas a Santiago (non sbattendo forte le braccia, in aereo intendo). Prendemmo il bus che per pochi soldi ci portò a una stazione della metropolitana, da cui, in poche fermate, arrivammo nel ricco e ben tenuto centro della capitale cilena. Vagammo per le vie pedonali fino ad arrivare al mercato del pesce, che non era caratteristico quanto quello di Antofagasta né altrettanto economico, ma comunque meritevole di una visita. Dopo esserci ingozzati con dei frutti di mare, arrivammo alla partenza della funivia che portava al punto panoramico sul Cerro Concepcion. Siccome c’era coda e nonostante il caldo, camminammo fino alla cima, da cui lo sguardo spaziava dalla città alle Ande, attraverso lo smog.
Vista di Santiago del Cile
Vista di Santiago del Cile
Scendemmo e nel vivace quartiere sottostante, dopo avere esplorato la zona, ci sedemmo al bar, a un tavolino sulla strada: un litro di birra Escudo ci costò 1300 pesos, un chiaro invito all’ubriachezza molesta. Mangiammo una tabla, camminammo per il centro, riprendemmo la metro e quindi il bus. Era sera quando montammo sull’aereo dell’American Airlines che ci portò a Miami.
Atterrammo all’alba e, sempre con un economico bus – pagando tutto con carta di credito perché non avevamo dollari americani – arrivammo a South Beach. Dopo una costosa colazione in un lussuoso bar il cui proprietario, scoprimmo poi, era italiano, affittammo due biciclette per un’ora e girammo per South Beach e Miami Beach, tra lo sfarzo dei grattacieli sull’enorme spiaggia con vista sulle onde dell’oceano. Tutti facevano sport e la città sembrava ricca e vivace.
Visitammo poi anche Little Havana, il quartiere cubano, che non ci disse molto: sono abbastanza interessanti le fabbriche di sigari un po’ più appartate.
Riprendemmo l’aereo a metà pomeriggio: Charlotte, poi Londra Heathow, quindi la metropolitana, infine dal London City Airport a Milano. Eravamo di nuovo in Italia, sballottati, stanchi e soddisfatti. I paesaggi del Cile sarebbero rimasti per sempre nei nostri occhi, nella nostra mentre, nel nostro cuore, nel nostro pancreas. Al confronto, il resto del mondo sembrava un po’ sbiadito, la situazione socio-politica italiana in cui rientravamo più grigia di prima. Pensai che, dopo quel viaggio, un’eventuale tassa sui bei ricordi ci sarebbe costata una fortuna: tuttavia, non c’era cifra che potesse pareggiare le emozioni vissute lungo quegli 8000 chilometri sulle strade di Cile e Argentina.

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